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COMO

chiamato razzismo?

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I fatti denunciati sono ampiamente noti. Domenica cinque gennaio una 15enne aspetta il bus alla fermata del Teatro Sociale.

Il mezzo arriva ma non sosta dove dovrebbe, si ferma solo una ventina di metri più avanti. La ragazza insegue e, abbonamento alla mano, sollecita. L’autista, chiaramente scocciato, apre le porte e chiede alla giovane, indubbiamente dopo averne notato la pelle scura: “Sei italiana? Fammi vedere la Carta di Identità”.

L’episodio è stato denunciato su Facebook dalla mamma, Paola Minussi, ben conosciuta a Como per l’impegno sociale e culturale e perché presidente e fondatrice della sezione locale delle Women in White. La risonanza mediatica è stata enorme tanto che nonostante fosse già nelle intenzioni di Minussi presentare denuncia la Questura ha contattato subito la donna per incontrarla.

Così giovedì 9 novembre madre e figlia si sono presentate in viale Innocenzo e hanno messo nero su bianco quanto accaduto. “In Questura hanno spiegato bene il senso di una denuncia e che cosa sarebbe accaduto da quel momento in poi, così prima di firmare - spiega Minussi - io e mia figlia abbiamo parlato. Sono molto orgogliosa di lei, ha deciso di andare avanti perché si tratta di una battaglia di civiltà, è tosta e orgogliosa. Ha un fratello che è anche più scuro di lei e anche per lui vuole stabilire un principio di civiltà che sia universalmente valido ”.

Cosa pensa di una città in cui, anno 2020, bisogna ancora denunciare il razzismo?

Io credo sia necessario prendere una posizione decisa su certi fatti. Eventi che solo superficialmente qualcuno può ridurre a piccole cose. Si tratta di episodi apertamente razzisti.

C’è un problema con il diverso.

L’aria che si respira è claustrofobica e ostile verso il diverso. E’ una tendenza generale che spinge molti a trincerarsi dietro le proprie paure, negli orticelli. Ma la verità è che l’orticello è il mondo.

Un problema civile, sociale.

Non voglio fare un discorso prettamente politico, piuttosto individuale e di coscienza. Non siamo gli unici ad aver vissuto episodi sgradevoli sui bus. Serve coscienza critica, serve spirito di fratellanza e non bisogna tacere gli abusi. Piccoli o grandi che siano. C’è il rischio che chi indossa una divisa dimentichi di esercitare un servizio pubblico e a volte cada nell’abuso di potere. Ma non voglio fare di tutta l’erba un fascio.

E’ stata contattata da qualche autista?

Mi sono arrivate mail di mogli e parenti di autisti. E’ un lavoro difficile, logorante e ci sono tantissime persone per bene, lo dico con chiarezza. Però la mela marcia va individuata e sanzionata. Certe cose non si fanno passare. Spero che Asf continui a formare il personale a una coscienza civica.

Torniamo all’inizio. Como, che città è?

Una città che oggi ha affossato esperienze positive come le Assemblee di Zona, luoghi utili alla responsabilizzazione dal basso. Evidentemente non si gradisce la cittadinanza pensante. Se vogliamo una società civile dobbiamo coltivare innanzitutto il primato civico.

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Autore:xxx

Pubblicato il: 10 Gennaio 2020

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